MIGUEL ABENSOUR.
.
DELLA COMPATTEZZA: ARCHITETTURA E TOTALITARISMI.
...
.
...
1997. Sens & Tonka, Paris.
Collezione Dits & contredits.
ISBN 2910170446.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
... 
PRESENTAZIONE.
.
L'ombra inquietante di Albert Speer torner a ossessionarci? Sembrerebbe che l'avversione per l'architettura moderna sia cos forte presso alcuni da sconvolgerne lo spirito al punto da far provare loro ammirazione, se non addirittura una venerazione senza scrupoli o rimorsi, nei confronti
dei monumenti e di tutta l'opera di Speer. A voler credere a costoro, l'opera dell'architetto di Hitler costituirebbe un modello per l'architettura pubblica dei tempi nostri e di  quelli a venire. Il
nazionalsocialismo di Speer, la sua partecipazione ai massimi gradi dell'impresa hitleriana - Hitler pens a un certo punto di farne il proprio delfino - non sarebbero che elementi contingenti, secondari, che si potrebbe agevolmente mettere da parte, o tra parentesi, allo scopo di riscoprire, sotto la cortina ideologica, l'autentico nucleo architettonico. Cos inizia questo breve e pregnante testo di filosofia
politica ed estetica di Miguel Abensour. E' necessario imparare a trovare tra queste forme, in questa architettura che impartisce ordini, che mira a dominare o, peggio, ad annientare, il legame con il potere nazista. Piuttosto che vedervi un'architettura pubblica, dobbiamo sapervi riconoscere, come scriveva T. W. Adorno, un'opera 'della stessa marca della musica d'accompagnamento con cui le SS amavano coprire le grida delle loro vittime.
Abensour si richiama a Elias Canetti e a Hannah Arendt: compattezza dell'architettura, compattezza delle masse, totale eteronomia dell'umano.
Il totalitarismo, da qualsiasi epoca o movimento prenda in prestito gli elementi stilistici, produce un'architettura inscindibile dal suo progetto di totale e inedito dominio sull'umano. Totale  perci la compattezza fra i totalitarismi e le loro architetture.
...
.
...
L'AUTORE.
.
MIGUEL ABENSOUR (1939-2017)  uno tra i maggiori filosofi Francesi. 
Acuto e tagliente filosofo della politica, interprete raffinato e lettore esigente, ha fornito una nuova prospettiva dellidea di utopia. Da Marx a Benjamin, passando per Arendt, Buber e Levinas, ha interloquito con il grande Novecento. E' stato direttore del Collge de Philosophie di Parigi,  attento studioso del totalitarismo, vicino alle interpretazioni della Scuola di Francoforte, nei suoi saggi - in cui ha fondato la critica della politica sulla distinzione del dominio e dello sfruttamento - ha tentato di conciliare il concetto di democrazia con quello di utopia intesa come fermento antiautoritario.
E' stato professore emerito di Filosofia politica all'Universit Paris 7 DENIS DIDEROT. E' conosciuto in  particolare per la sua riflessione attorno ai temi della politica, della  democrazia e dell'utopia. ".
...
.
...
INDICE
Introduzione.
Capitolo primo.
LA STRATEGIA DELLA DISGIUNZIONE: CINQUE PROPOSIZIONI.
Capitolo secondo.
TRE ESIGENZE CRITICHE.
1.    Ipotesi di ricerca.
2.    Interpretazioni filosofiche del totalitarismo: unit e diversit.
3.    L'intelligenza del politico.
Capitolo terzo.
I GRANDI ORIENTAMENTI.
1.    Nessuna relazione univoca: serve uno slittamento.
1.1. La questione dello statuto dell'architettura.
1.2. La questione della soglia.
2.    Regimi totalitari, architetture e vincolo sociale.
2.1. Regimi totalitari e nuova politica, o architettura e mobilitazione delle masse.
2.2. Regimi totalitari e dominazione carismatica.  Architettura e messa in scena del demonico.   Tempo e politica: architettura e conservazione del carisma.
2.3. Logica totalitaria, architettura e spazio. Depoliticizzazione ed estetizzazione del politico: l'arte monumentale. Inclusione/esclusione: la cattedrale di luce/nebbia e tenebra.
Note all'Introduzione.
Note al Capitolo primo.
Note al Capitolo secondo.
Note al Capitolo terzo.
...
.
...
FINE INDICE.
...
.
...
DELLA COMPATTEZZA.
.
INTRODUZIONE.
.
"L'architetto non rappresenta n uno stato dionisiaco, n uno stato apollineo: qui  il grande
atto volitivo, la volont che sposta le montagne, l'ebbrezza del grande volere, ad anelare l'arte. Gli
uomini pi possenti hanno sempre ispirato gli architetti: l'architetto  sempre stato sotto la suggestione
della potenza. (...) l'architettura  una specie di oratoria della potenza sostanziatasi in forme, ora
suadente, ora persino carezzevole, ora semplicemente imperiosa".
Friedrich Nietzsche, "Crepuscolo degli idoli" (1)
L'ombra inquietante di Albert Speer torner a ossessionarci? Sembrerebbe che l'avversione per
l'architettura moderna sia cos forte presso alcuni da sconvolgerne lo spirito a tal punto da far provare
loro ammirazione, se non addirittura una venerazione senza scrupoli o rimorsi, nei confronti dei
monumenti e di tutta l'opera di Speer. A voler credere a costoro, l'opera dell'architetto di Hitler
costituirebbe un modello per l'architettura pubblica dei nostri tempi e di quelli a venire. Il
nazionalsocialismo di Speer, la sua partecipazione ai massimi gradi dell'impresa hitleriana - Hitler
pens a un certo punto di farne il proprio delfino - non sarebbero che elementi contingenti, secondari,
che si potrebbe agevolmente mettere da parte, o tra parentesi, allo scopo di riscoprire, sotto la cortina
ideologica, l'autentico nucleo architettonico.
Si sa, Albert Speer fu un arcimentitore (archimenteur). Ad esempio, neg ogni propria
partecipazione alla Conferenza di Posen (ottobre 1943), durante la quale Himmler pronunci un
discorso omicida sulla cosiddetta Soluzione finale della questione ebraica in Europa, ovvero lo
sterminio mirato a far scomparire il popolo ebraico dalla faccia della terra. Poco ci importa il
meccanismo complesso del suo disconoscimento. Quel che  essenziale  che egli sostenne di aver
completamente ignorato il genocidio degli Ebrei e di non aver mai visitato un campo di
concentramento. E' innegabile, invece, che egli fosse al corrente dello sterminio degli Ebrei e che, nel
pieno esercizio delle proprie funzioni, visit almeno un campo. Nell'ultima parte della sua vita, dopo
l'uscita dalla prigione di Spandau, Speer cominci una nuova carriera, letteraria questa volta, e si
spese in trasmissioni televisive, interviste, conferenze, sia in Germania che in un gran numero di citt
europee, e in particolare a Londra. In questo modo l'architetto di Hitler arriv a trasformare la
propria illustre partecipazione alla barbarie nazista in una curiosit, un'esperienza interessante,
appartenente ormai alla storia della cultura. Come se fosse possibile, e addirittura legittimo, separare
l'architettura di Speer dal potere di Hitler.
Si sa inoltre che, in un momento di incontrollata felicit, Speer ebbe il coraggio di felicitarsi,
con insolenza, di essere uscito tanto bene da quella situazione e di esser riuscito, in fondo, a
imbrogliare la gente.
E dunque, le manovre di Speer starebbero per realizzarsi definitivamente? Il suo nome
apparterrebbe gi alla storia dell'architettura e unicamente a essa? E' sufficiente un discorso dalle
pretese estetiche per riproporre senza clamori il nazismo nel panorama culturale? A Berlino alcune
sculture moderne non figurative - arte degenerata secondo i criteri nazisti - disposte abilmente di
fronte al Centro nippo-tedesco, la vecchia ambasciata giapponese ai tempi del Terzo Reich, occultano,
o cercano di occultare, l'architettura di Speer presentando allo spettatore un insieme culturale eclettico,
dall'aspetto tipicamente moderno. Come se queste sculture fossero l'obolo che l'architetto di Hitler ha
dovuto pagare per conservare il proprio posto nella storia delle forme del ventesimo secolo.
Senza alcun dubbio, l'epoca dei libri d'arte sull'architettura di Speer annuncia il trionfo
dell'architetto di Hitler. Il suo sforzo di autogiustificazione e di autoriabilitazione finir per avere la
meglio? Il legame con l'universo della cultura potrebbe arrivare a cancellare quello con il potere?
Ritorniamo dunque alla questione critica posta da Nietzsche: sotto l'influenza di quale potere Speer ha
lavorato? All'influenza di quale potenza egli ha obbedito, si  sottomesso? E' necessario imparare a
trovare tra queste forme, in questa architettura che impartisce ordini, che mira a dominare, o peggio, ad
annientare, il legame con il potere nazista. Piuttosto che vedervi un'architettura pubblica, dobbiamo
sapervi riconoscere un'opera della stessa marca della musica d'accompagnamento con cui le S.S.
amavano coprire le grida delle loro vittime (2).

Capitolo primo.
LA STRATEGIA DELLA DISGIUNZIONE: CINQUE PROPOSIZIONI
Come indica la congiunzione nel sottotitolo di questo libro, la nostra idea  di proporre ed
esplorare una relazione tra alcune particolari forme architettoniche e le esperienze di totalitarismo del
nostro secolo. Questo significher prima di tutto marcare una distanza rispetto alle strategie di
dissociazione o disgiunzione tra questi due ordini di fenomeni.
In effetti, consultando alcuni studi sull'architettura del Terzo Reich (1), sembrerebbe che
l'incontro tra l'architettura, nel caso specifico quella neoclassica, e il totalitarismo nazista non sia altro
che l'effetto di una situazione contingente, vale a dire la passione di Hitler per l'architettura.
Senza fermarsi alle intenzioni degli attori storici, vale la pena quanto meno osservare che questa
relazione tra arte e politica era esplicitamente rivendicata dai nazisti. E' quanto emerge da un articolo,
"L'arte come fondamento della forza creatrice nella politica" ("Volkischer Beobachter"), secondo il quale l'opera politica di Hitler sarebbe la sublimazione e la trasfigurazione delle sue disposizioni artistiche.
Oggi noi sappiamo che non  un caso se a suo tempo Adolf Hitler non fu annoverato tra i
numerosi allievi dell'Accademia di pittura di Vienna. Egli era votato a un compito pi grande rispetto a
diventare un buon pittore, o magari un buon architetto. La vocazione alla pittura non  un aspetto della
sua personalit dovuto al caso,  un tratto fondamentale che tocca il fulcro del suo essere. Esiste un
legame intimo e indissolubile tra i lavori artistici del Fuhrer e la sua Grande Opera politica. Artistica 
anche la radice della sua evoluzione come politico e uomo di Stato. La sua attivit artistica non fu
semplicemente una passione giovanile, essa  il postulato della sua ispirazione creatrice nella sua
totalit. (...) Il Fuhrer ha dato al termine politica il senso di una costruzione ed  potuto arrivare a un
tale risultato solo perch la sua ideologia si  sviluppata a partire dalle conoscenze tratte da un'attivit
artistica di cui ha personalmente fatto l'esperienza creatrice" (2).
E' dunque opportuno interrogarsi sulla finalit di questa operazione, che consiste nel salvare
l'architettura neoclassica separandola dal nazionalsocialismo. Si pu riassumere questa strategia della
disgiunzione in cinque proposizioni.
1.    Per arrivare a riappropriarsi dell'architettura classica sarebbe importante distinguere i
mezzi culturali nobili dai fini politici ignobili, razzisti. Una distinzione che sarebbe tanto pi
legittima se si potesse porre come principio la seguente tesi: se, nel corso della storia, un regime
politico deprecabile ha fatto ricorso a mezzi culturali nobili per raggiungere i propri fini, risulta
evidente che i mezzi in questo senso mobilitati hanno sempre finito, in virt della loro nobilt, per
trascendere gli obiettivi politici condannabili.
Cos, secondo Lon Krier, che utilizza in maniera insistente il concetto del trascendere,
l'architettura di Albert Speer sarebbe il volto civilizzatore - e dunque, in quanto tale, recuperabile - di
un impero di menzogne.
2.    Questa distinzione conduce direttamente alla tesi della neutralit dell'architettura, anzi del
suo agnosticismo o della sua indifferenza politica. Sempre Krier scrive: Non esiste un'architettura
autoritaria, e neanche un'architettura democratica, cos come non esistono Wiener Schnitzel autoritarie
o democratiche.
Senza porsi domande sulla fondatezza di un tale confronto tra la cotoletta - la cucina - e
l'architettura, si pu osservare che Krier non si addentra molto nelle categorie concettuali, dacch
confonde con disinvoltura regime autoritario, dittatura, tirannia, totalitarismo, e impiega
indifferentemente questi termini considerandoli chiaramente come sinonimi che permettono di
risparmiarsi ripetizioni!
3.    La tesi dell'indifferenza politica dell'architettura poggia in modo evidente su una
concezione strumentale del fenomeno dell'architettura.
Esistono (invece) buone o cattive costruzioni. Esistono, in particolare, maniere umane e
maniere inumane di costruire, di sfruttare l'architettura o di servirsene. L'architettura in s non 
politica, essa non pu essere altro che lo strumento di una politica votata al meglio o al peggio (3).
4.    Se si seguono le analisi di Krier, tutto dipenderebbe dall'applicazione di un falso
sillogismo, che invece  giusto denunciare:
Hitler amava l'architettura classica; "ora" Hitler  un tiranno; "dunque" l'architettura classica 
tirannica.
Se  effettivamente vero che non si pu dedurre logicamente, partendo dalla passione di Hitler,
la natura necessariamente tirannica dell'architettura classica, non si pu nemmeno evitare
d'"interrogarsi" criticamente circa il rapporto possibile tra l'architettura come arte del sovrano, arte
del tiranno - quale era in epoca teocratica (Victor Hugo) - e i regimi totalitari del nostro secolo.
5.    La messa in rilievo di una "non-determinazione" reciproca tra regimi totalitari e stile
architettonico. In effetti, il nazionalsocialismo si accompagna pi spesso a un'architettura neoclassica, il
fascismo italiano a una modernista e, a partire dalla met degli anni Trenta, lo stalinismo si orienta
anch'esso verso un'architettura neoclassica. Si potrebbe allora concludere, a un semplice livello logico,
che l'elemento architettonico gode di autonomia rispetto al politico: poich identici stili architettonici
appaiono in regimi politici differenti e, all'inverso, regimi strutturalmente simili si servono di stili
architettonici diversi.
Tuttavia, una volta messo in risalto questo aspetto, possiamo essere davvero sicuri d'aver
compreso che cosa sia un regime totalitario? E' sufficiente invocare la logica per ignorare con
arroganza quell'altra logica che regola la costituzione totalitaria del sociale e, allo stesso tempo, la
relazione che essa  in grado di stabilire con l'istituzione di un tempo e uno spazio specifici?
L'unico interesse di questa "strategia della disgiunzione"  attirare l'attenzione sui rischi che
comporta la tesi dogmatica dell'associazione. Ma, come si sa, sostenere il contrario di una tesi  un
modo diverso per conservarla, per rimanere, volenti o nolenti, sotto la sua influenza.

Capitolo secondo.
TRE ESIGENZE CRITICHE.
L'obiettivo del nostro ragionamento pu dunque essere definito in questo modo: come pensare
criticamente le relazioni tra architetture e regimi totalitari?
L'avverbio "criticamente" implica che siano soddisfatte diverse esigenze.
1. Ipotesi di ricerca.
Sar necessario mettere alla prova un'ipotesi di ricerca, non affermare una tesi in maniera
dogmatica; e questa ipotesi dovr essere formulata come segue: la dominazione totalitaria ha dato
origine a una logica architettonica specifica? Esistono una o pi forme architettoniche proprie delle
esperienze totalitarie, o anche - a contro-ipotesi -, le produzioni architettoniche delle esperienze
totalitarie sono svincolate e quindi indipendenti dai complessi politico-ideologici entro i quali sono comparse?
Questa domanda, perch risulti pertinente, va precisata; vale a dire che  opportuno distinguere
all'interno della medesima struttura storico-politica differenti tipologie d'architettura. Ci che vale per
l'architettura pubblica monumentale non vale necessariamente per l'architettura industriale o tanto
meno per quella privata e residenziale.
E inoltre, che cosa si intende per dominazione totalitaria? Si potrebbe leggere quanto scrive
Barbara Miller-Lane:
La politica architettonica nazista non era il risultato di un sistema totalitario monolitico, ma di
feudi e di lotte di potere. Il programma edilizio nazista rifletteva non una nuova ideologia totalitaria,
ma una serie di idee in conflitto, le quali a loro volta erano originate e condizionate dalle polemiche del
periodo di Weimar (1).
Se  vero che bisogna tener conto del carattere bric--brac, eclettico dell'ideologia nazista, la
conclusione di Miller-Lane non sembra ipotecata da una banale concezione del totalitarismo come
struttura monolitica, che ignora le celebri analisi di Hannah Arendt sulla struttura a cipolla di questa
forma di regime, dal momento che di un regime si tratta? Allo stesso modo, molto spesso opere
notevoli quanto quelle di Barbara Miller-Lane soffrono di una mancanza di riflessione sulla
dominazione totalitaria e non riescono a collocarsi nel corretto punto d'osservazione, a riconoscere
l'origine politica del vincolo sociale.
Ma la relazione, se relazione vi  - conviene ancora precisare scrupolosamente gli stessi termini
della relazione -, dev'essere pensata nella sua "reciprocit": i regimi totalitari non provano un'attrazione
particolare, una fascinazione per l'architettura? Come interpretare questa fascinazione?
2. Interpretazioni filosofiche del totalitarismo: unit e diversit.
Si deve inscrivere questa ricerca sotto il segno dell'interrogazione e della problematicit, a
partire dalle interpretazioni filosofiche del totalitarismo (specialmente di Hannah Arendt e Claude
Lefort), e non dalle categorie sociologiche o giuridiche, che finirebbero per centrare l'analisi su
fenomeni di correlazione. Dev'essere chiaro che questa messa in relazione dei due oggetti -
dominazione totalitaria e architettura - si preoccuper di affrontare ciascuno dei due fenomeni nella sua
diversit: le architetture e i regimi totalitari. Se uno dei presupposti della ricerca  che il totalitarismo
sia una forma di dominazione inedita, propria del ventesimo secolo, e dunque da distinguere in quanto
tale dalla dittatura, dalla tirannia, dal dispotismo o dai regimi autoritari, resta il fatto che, sulla base di
questa interpretazione del totalitarismo che tende a privilegiarne l'unit,  bene interrogarsi sulla
diversit dei regimi totalitari. Questione dell'unit: uno dei criteri distintivi del totalitarismo non  forse
esattamente d'investire in modo massiccio sul campo architettonico? Come riconosce Krier a proposito
dell'architettura, senza tuttavia trarne realmente delle conclusioni:
Le dittature pi recenti, in tutte le parti del globo, non ne fanno a meno troppo agevolmente
(2).
Questione della diversit: quale posto occupa l'architettura nel processo di differenziazione del
totalitarismo? E' o non , all'interno di questa costellazione unitaria, un elemento discriminante?
Ovvero  possibile individuare, nel processo di differenziazione, degli effetti o dei segni a livello
architettonico?
3. L'intelligenza del politico.
Infine, come indica la profonda critica indirizzata alla strategia della disgiunzione, la
prospettiva che qui si  scelta  quella dell'"intelligenza del politico", cio di un pensiero che riconosce
un'importanza fondamentale alla questione del "regime" politico. S'intende qui regime non in senso
stretto - il senso giuridico o costituzionale -, ma nel senso pi ampio, il modo di vivere della comunit
come determinato essenzialmente dalla sua forma di governo (3). Il che equivale a riconoscere di fare
nostra questa doppia ipotesi:
-    una societ si distingue da un'altra attraverso il proprio regime, il cui principio  legato alle
modalit di generazione e rappresentazione del potere;
-    esiste un legame, una connessione tra i modi di vivere di una societ - nella fattispecie,
l'architettura - e la forma del suo governo.
Come comprendere la relazione tra le architetture e i regimi totalitari, alla luce di un'intelligenza
del politico? Al di l della questione del totalitarismo,  opportuno smettere di considerare il politico
come un elemento derivato, e riconoscergli invece lo statuto di categoria fondativa del sociale. Se
quindi il politico, generando il sociale, prevede tre momenti costitutivi - la "messa in forma", la "messa
in senso" e la "messa in scena" (4) -, quale relazione si deve pensare tra il regime totalitario, il suo
principio d'interiorizzazione, e la costituzione singolare del vincolo sociale? In che modo l'elemento
architettonico interviene nell'istituzione totalitaria del vincolo sociale? Sar infatti dal punto di vista del
legame sociale, della forma di comunit che si tenter di comprendere questa articolazione di estetico e
politico.
L'intelligenza del politico, posta di fronte alla questione dell'architettura, invita a mettere in
azione la categoria di totalitarismo conservandone tutti gli apporti di Arendt e Lefort, ma
approfondendo parallelamente la riflessione circa la dominazione totalitaria congiungendola con ipotesi
differenti, come quella davvero preziosa di George Mosse, espressa in "La nazionalizzazione delle
masse" (5): essa consiste in una nuova politica che abbia l'interesse di farsi carico in maniera molto
attenta dell'articolazione di estetico e politico, o, in termini benjaminiani, dell'estetizzazione della
politica. Non  a un'ipotesi di questo tipo che risponde in un certo senso l'espressione di Krier quando,
a proposito di Speer, evoca un'architettura del desiderio?
Allo stesso modo, vale la pena provare a chiamare in causa anche la teoria della dominazione
carismatica di Weber, analogamente a Franz Neumann, che in "Behemoth" (6) richiama la definizione
weberiana per chiarire meglio, in maniera critica, la specificit del nazionalsocialismo.
Infine, e soprattutto, ci si deve interrogare sul soggetto politico in questione. Tuttavia, com' pi
opportuno intendere il senso di questa espressione? Contrariamente a quanto sostiene Krier,
condizionato dalla propria intenzione di salvare l'architettura neoclassica di Speer, noi oggi non ci
troviamo nell'universo della cittadinanza, n in quello della "res publica", bens in un universo di una
inquietante estraneit, quello stregato della massa e del potere, secondo i termini adottati da Elias
Canetti. Il soggetto politico qui in questione  la massa, soggetto quanto meno ambiguo (e da qui la
possibilit di giocare sul termine soggetto), che dev'essere distinto dall'idea di azione, di autonomia,
e che va accostato invece all'idea di sottomissione e mobilitazione totale. Soggetto che
paradossalmente si istituisce su un'esperienza di radicale eteronomia, nella misura in cui, sostituendo il
"movimento", la messa in moto all'azione, tende alla subordinazione pi estrema. Questo ci rimanda a
una problematica politica occultata dalla tradizione, ma riscoperta e riattivata dall'esigenza
d'interpretare l'enigma totalitario della nostra epoca: la problematica della servit volontaria, per come
fu magnificamente sviluppata da La Botie. Secondo questa interpretazione, il soggetto politico si
batterebbe per la propria servit come se si trattasse della propria salvezza, intesa nei termini di
Spinoza, e sacrificherebbe la propria autonomia, la propria libert per abbandonarsi all'incantesimo
della non-libert, al fascino della sottomissione. Affrontata da questa prospettiva l'architettura non
risulterebbe allora uno strumento appartenente al novero dei segreti del potere ("arcana dominationis"),
ma sarebbe essa stessa parte attiva di una nuova configurazione della schiavit volontaria.
E dunque, quale relazione si dovr elaborare tra il potere magico del "nome di architettura" e il fascino del "nome dell'Uno"?

Capitolo terzo.
I GRANDI ORIENTAMENTI.
1. Nessuna relazione univoca: serve uno slittamento.
Enunciate cos le esigenze critiche, come definire i grandi orientamenti di questo saggio in
forma di progetto?
Bisogna accettare di pensare questo fatto sconcertante, cio che non esiste alcuna relazione
univoca tra i regimi totalitari e un determinato stile architettonico, dal momento che sembra che un
regime totalitario possa far proprio tanto uno stile neoclassico quanto uno modernista o futurista, o
addirittura praticare la convivenza elettrica di differenti stili.
Ma pure, la questione architettura e stile, limitata al secondo termine, risulta mal posta, sia
che affermi una relazione, sia che la neghi. Bisogna piuttosto scomporre la questione nelle due
interrogazioni che seguono.
- 1.1. La questione dello statuto dell'architettura.
Occorre operare uno slittamento dello stile architettonico entro il dominio dell'architettura in se
stessa in quanto autorappresentazione identificativa di una determinata comunit storica. Qual  lo
statuto dell'architettura all'interno di questo o quel regime totalitario? Lo statuto dell'architettura, o
meglio il "nome di architettura", nel momento in cui si prenda in considerazione il fascino che essa
esercita sul potere totalitario. E' ci che ha scoperto presto, a proprio vantaggio, Albert Speer, allorch
elabor un progetto per il Primo Congresso del Partito nazista, nel luglio del 1933. Egli scrisse:
Vi stavano organizzando (a Norimberga) il primo Raduno del Partito, che era, adesso, il partito
al governo. La conquista del potere doveva manifestarsi in tutta la sua gloria fin nella scenografia.
Fu in questa occasione che egli incontr per la prima volta il Fuhrer, il quale si riservava in
proposito ogni decisione.
Ebbi cos per la prima volta la sensazione precisa di "ci che, Hitler imperante, significava la
parola magica 'architettura'". (...) Ma a quel tempo non tutti conoscevano la passione di Hitler (1).
La questione dello statuto e del nome dell'architettura potrebbe fornire un criterio di
discrimine tra i regimi totalitari: si potrebbe, infatti, distinguere tra i regimi in cui si manifesta una
"convergenza" tra la dominazione totalitaria e l'architettura, con quest'ultima che si fa elemento
costitutivo di tale forma di dominazione (come nel nazionalsocialismo), e i regimi in cui si osserva
solamente un "tropismo" verso l'architettura, la quale riceve, in questo caso, una funzione pi
ornamentale che costitutiva.
Comunque stiano le cose, avendo accolto la strategia della disgiunzione in merito allo "stile",
ma avendole dato torto a proposito dello "statuto" dell'architettura, rimane sospesa la domanda: cos'
che, nella logica del totalitarismo, produce una tale forma d'investimento nel campo architettonico? A
questo livello, come invitano a fare le "Memorie" di Speer, merita di essere posta una nuova questione:
come si pu rendere conto della singolarit dei rapporti tra l'architetto che gode di uno statuto
eccezionale e il Fuhrer? Attrazione, fascinazione, rivalit reciproca? In che cosa si distinguono o
piuttosto in che cosa assomigliano ai rapporti tra il filosofo e il tiranno, cos ben definiti da Alexandre
Kojve? (2) Seguendo le analisi di Barbara Miller-Lane si pu valutare a che livello l'architettura in
quanto tale godesse di uno statuto eccezionale nel regime nazista. Dall'inizio degli anni Trenta sulla
stampa nazista si moltiplicarono gli articoli che attaccavano la nuova architettura, tacciata di
bolscevismo artistico; una campagna che si intensific a partire dal 1933. Nei programmi artistici
nazisti proprio l'architettura occupava un posto molto pi rilevante di qualunque altra arte (3), sostiene
Miller-Lane. Per quanto non ci fosse omogeneit in area nazista riguardo a ci che dovesse essere
l'architettura, tuttavia erano tutti d'accordo sul posto che dovesse essere riconosciuto all'architetto e
sull'importanza da accordargli. Si pu osservare come qui riemerga la secolare similitudine tra l'uomo
di stato e l'architetto - o meglio, secondo una versione pi plebea, il muratore -, a testimonianza del
carattere talvolta costruttivista e conservatore dell'intervento statale. In questi termini, nel luglio 1933,
nel corso di una riunione del "Kampfbund", fu sviluppata la parabola del muratore sconosciuto,
evidente allusione a Hitler:
Durante la generazione precedente si era lasciato andare in rovina un 'meraviglioso edificio
antico' (il Reich tedesco); ma poi era giunto un muratore ignoto (Hitler), che aveva chiamato a raccolta
(...) i buoni artefici di un tempo, cui prima non era riuscito di proteggere l'antico edificio. Insieme
'scacciarono i falsi maestri e rizzarono intorno all'edificio una solida impalcatura e cominciarono a
eliminarne le false decorazioni e gli inutili orpelli, s da rimetterne in luce la pura forma artistica' (4).
Il Fuhrer non esit a presentarsi come l'Architetto o a dichiarare che, senza la guerra,
probabilmente sarebbe diventato uno dei pi grandi, se non il primo architetto di tutta la Germania (5).
Lo statuto riconosciuto all'architettura fu di fondamentale importanza, tanto pi che la questione
architettonica divenne parte essenziale della battaglia ideologica, nella misura in cui questo tema
raccoglieva e condensava tutti i motivi dell'ideologia nazista: antimodernismo, antibolscevismo e
antisemitismo.
Ad esempio, a proposito del "Bauhaus":
"Il 'Bauhaus': questa era la cattedrale del marxismo, una cattedrale, per, che somigliava
terribilmente a una sinagoga. Alla ispirazione di questa scuola modello dobbiamo quelle scatole
orientaleggianti che abbiamo gi descritto sopra, ripugnanti al buon gusto. (...) Costoro, quindi,
rivelano il proprio carattere di tipici nomadi delle metropoli, che non riconoscono pi sangue e terra...
Ormai il loro segreto  svelato! La nuova casa  uno strumento per distruggere la famiglia e la razza.
Ora noi comprendiamo il vero senso di quel nonsenso architettonico che ha costruito quartieri
residenziali come fossero celle di una prigione e ha perpetrato una operazione asiatica sul suolo
tedesco... Il bolscevismo, il maggior nemico di ogni cultura progredita, lavora per la vittoria di questa
orribile desolazione! (6)
- 1.2. La questione della soglia.
Posta l'indifferenza circa la possibilit di ammettere un "solo stile architettonico, la questione
va formulata ormai in questi termini: che cosa diventa un'architettura neoclassica quando  "mobilitata"
nella costruzione di un regime totalitario? La stessa questione vale evidentemente per un'architettura
futurista o modernista. In breve, si tratterebbe di individuare e descrivere i cambiamenti o le
metamorfosi che una determinata architettura manifesta quando diventa parte costitutiva di un regime
totalitario. Esistono dei marchi o dei contrassegni dell'influenza totalitaria? La monumentalit, il
colossale, l'insuperabile, il gigantesco? Manteniamo soltanto, come prima indicazione, che, se esiste un
segno dell'influenza totalitaria, questo ha a che fare necessariamente con lo spazio, con l'istituzione di
uno spazio. Questo ci permette di formulare una domanda pi precisamente politica: lo spazio cos
costituito ha valore di spazio pubblico, di spazio politico oppure no? Ovvero, permette alla pluralit
degli uomini, condizione della politica, di manifestarsi, di mettersi in scena, di apparire, oppure questo
spazio architettonico si costituisce come negazione della pluralit e quindi come negazione della
politica? Sembra necessario richiamare alla memoria la precisa definizione di spazio pubblico data da
Hannah Arendt a proposito di coloro che osavano avventurarsi al di l della protezione del focolare
domestico.
Si tratta di una sfera di eguali, cittadini legati da un'uguaglianza di principio, nella quale
ciascuno pu prestare attenzione e ascolto all'altro, e di uno spazio agonistico in seno al quale si pu
stringere il legame paradossale della divisione. E ancora, s'affretta ad aggiungere Arendt, la luce
propria dello spazio pubblico  ingannevole finch  soltanto pubblica e non politica, ovvero fintanto
che non si manifesta al cuore di una "polis" libera, libera da tiranni e nella quale si possa sviluppare
un'azione collettiva (7).
Conservando un criterio in questa articolazione di architettura e spazio pubblico, si potr
osservare che la questione riguarda allo stesso tempo anche la soglia: a partire da quale insieme di
segni si pu considerare che una "soglia"  stata oltrepassata e che una particolare opera architettonica
 diventata ormai oggetto di un'influenza totalitaria? Speer, nelle sue "Memorie", accenna alcune
risposte:
Noi progettavamo e costruivamo senza usare un metro reale. (...) Vedendo le fotografie di
quegli edifici privati e di quei negozi sono preso ogni volta da un senso quasi di paura, comprendendo
che la rigida monumentalit della Strada avrebbe reso vani tutti i nostri sforzi di portarvi la vita della
citt (8).
Ma pi ancora, sembrerebbe che questa influenza si manifesti al meglio attraverso una volont
di dominazione totale; cos, a proposito del progetto della stazione centrale:
La stazione centrale (...) con la sua potente e appariscente struttura d'acciaio (...) avrebbe fatto
spicco tra i colossi di pietra. (...) Insomma, la stazione avrebbe dovuto surclassare il Grand Central
Terminal di New York.
Ci doveva essere una grande scalinata d'onore; ad ogni modo, tanto gli ospiti d'onore quanto i
comuni viaggiatori, uscendo dalla stazione, sarebbero stati investiti, anzi 'colpiti in pieno petto' e 'stesi a
terra', dalla potenza del Reich, espressa dalla superba visione urbanistica! (9)
E' a livello dell'influenza totalitaria che si potrebbe affinare la nostra analisi aggiungendovi il
tema degli "idola fori": nella logica del regime totalitario, non  possibile, infatti, distinguere degli
"idola fori" privilegiati dall'architettura? La natura, l'immensit dei fenomeni naturali per il
nazionalsocialismo, oppure la macchina per il fascismo italiano. Si tratta di elementi che rimandano
con molta probabilit a divergenti modelli di comunit.
2. Regimi totalitari, architetture e vincolo sociale.
L'intelligenza del politico, oltre a permettere di tenere a distanza tanto le semplificazioni della
dissociazione quanto quelle della relazione univoca, consente di chiarire il problema fondamentale del
vincolo sociale, quello relativo all'istituzione politica di esso; per dirla secondo la terminologia
arendtiana: che genere di esperienza fondamentale della comunit umana anima questo tipo di regime?
Ora, allo scopo di comprendere l'istituzione totalitaria del vincolo sociale nella sua complessit, 
opportuno mettere a reazione le principali categorie evocate: la nuova politica, la dominazione
carismatica, la logica totalitaria e lo spazio sociale.
- 2.1. Regimi totalitari e nuova politica, o architettura e mobilitazione delle masse.
Piuttosto che contrapporre il concetto di nuova politica a quello di totalitarismo, sembrerebbe
al contrario pi fecondo integrare gli apporti di questa nuova concettualizzazione con le analisi delle
esperienze totalitarie. Per "nuova politica" George Mosse intende designare la forma di politica che
fa la propria comparsa alla fine del diciottesimo secolo, con la rivoluzione francese e le guerre di
liberazione in Germania, e che oppone alla strategia liberale della costituzione delle lites - le alte
capacit, secondo Guizot - quella della nazionalizzazione delle masse, o dell'integrazione delle
masse nel corpo del nazione. Fondandosi sulla sovranit popolare e sulla metamorfosi che produce
questa comparsa del popolo sulla ribalta politica, questo nuovo credo si  trasformato deliberatamente,
a dispetto della moderna separazione tra religione e politica, in una nuova religione secolare, e come
tale si definisce; cos i sansimoniani. In opposizione al governo rappresentativo, criticato in quanto
favorirebbe l'atomizzazione e la separazione, la nuova politica in quanto democrazia di massa  alla
ricerca di nuove istituzioni in grado di instaurare differenti tipologie di mediazione o di comunicazione
tra governanti e governati e di elaborare nuove forme di controllo sociale. In disaccordo rispetto alla
ragione politica moderna e alla scelta per forme limitate d'investimento, sottolineata da Benjamin
Constant con la celebre opposizione tra libert degli Antichi e libert dei Moderni, questa nuova forma
di mobilitazione inventa uno stile politico nel quale predominano i miti e i simboli, le liturgie, anzi i
culti, attraverso i quali il popolo conquista la propria identit in una serie di esperienze emotive ad alta
intensit.
L'azione politica si trasforma in dramma con una predominanza della parola, della propaganda
orale sullo scritto. Praticando costantemente una incorporazione dell'estetica e delle arti, questa nuova
politica si sviluppa all'incrocio tra la dimensione religiosa e la dimensione estetica. Si assiste a
un'estetizzazione della politica senza precedenti.
In breve, il tratto dominante di questa nuova politica consiste nella costituzione di una nuova
forma di comunit umana che si pone come superiore rispetto alla comunit democratica moderna,
poich aprirebbe la strada a una forma di unit specifica, capace di superare, nel passaggio dal
"Tutti-ognuno" ("Tous-uns") al "Tutti-Uno" ("Tous-Un") (10), le forme di alienazione tipiche della
modernit.
Ora, carattere distintivo dei regimi totalitari  di prendere atto di questa emersione del popolo
che  all'origine della nuova politica per meglio negarla:  nella misura in cui si ha una "smobilitazione
del popolo" in quanto attore politico che si verifica una "mobilitazione della massa" come soggetto.
Vale a dire che il regime totalitario, artefice del passaggio dalla nazionalizzazione alla mobilitazione
organizzata delle masse e orientato verso un legame sociale di fusione, sviluppa a un grado
difficilmente raggiunto i caratteri della nuova politica. Nuovo regime politico che distrugge le
condizioni stesse della politica, il totalitarismo agisce attraverso il terrore e l'ideologia, ma anche, si
potrebbe dire, attraverso l'esasperazione della nuova politica. Ed  a partire da tale esasperazione che 
possibile interpretare il fenomeno architettonico all'interno di questa tipologia di dominazione.
Lo stesso Lon Krier, che identifica erroneamente il totalitarismo con il solo terrore, riconosce
il potere magico dell'architettura di Speer:
Questa architettura  molto semplicemente incapace di far regnare il terrore attraverso la forza
delle proprie leggi interne. La grandezza, l'eleganza e la solidit dei monumenti di Speer non era in
alcun modo destinata a terrorizzare. Essi al contrario dovevano "sedurre, sconvolgere", proteggere e
infine ingannare le anime avvinte circa le intenzioni finali del sistema industriale e militare (11).
Ma qui, invece che procedere ancora nella distinzione tra il volto civilizzatore e rispettabile -
l'architettura - e l'impero delle menzogne,  necessario istituire una continuit, una pregnanza tra i due,
tra la seduzione dell'architettura e il processo di costituzione della massa, tra l'azione di cattura delle
anime (non ingannandole sulle intenzioni) e la messa in forma, la messa in scena di un vincolo sociale
di magica fusione.
L'architettura appare quindi come un momento e un dispositivo fondamentale
dell'organizzazione delle masse attraverso l'istituzione di uno spazio sacralizzato, magico, strutturato in
maniera specifica e dunque come una parte costitutiva di questa forma di regime. Regime paradossale,
nel senso che, perseguendo la dissoluzione, la distruzione della politica, a sua volta si autodistrugge in
quanto regime. E' necessario insistere su questo punto una volta di pi: il totalitarismo  una forma di
dominazione inedita, da distinguere rispetto al dispotismo, cos come rispetto a un super-Stato o a un
super-Leviatano. E' per questo che Neumann ha intitolato il suo studio sul nazionalsocialismo
"Behemot": si tratta di un altro nome di mostro biblico, che regnava sul deserto e che, nelle intenzioni
di Neumann, aveva il merito di coniugare l'idea di dominazione totalitaria a una situazione di assenza
dello Stato, assenza del diritto, di anarchia e caos. Fatto questo richiamo, si capisce quanto il
problema di cui ci stiamo occupando si collochi lontano da un semplice studio del dirigismo statale in
campo culturale o della messa a norma amministrativa, burocratica della politica architettonica.
Si tratta piuttosto di cercare i punti d'incontro in cui la logica della dominazione totale (ben al di
l del diritto, dell'organizzazione amministrativa consapevole), inseparabile da una rappresentazione
determinata della comunit, del vincolo sociale, si manifesta nei dispositivi architettonici e, pi
precisamente, in una particolare strutturazione dello spazio, nella misura in cui  legittimo parlare di
uno spazio specificamente totalitario; il quale, per il suo stesso carattere, forma uno spazio apolitico, o
meglio antipolitico, perch distruttore di ogni citt, della geometria propria dell'organizzazione di
una citt propriamente detta.
Il ricorso alle analisi di Elias Canetti relative alle dinamiche della massa ci possono aiutare a
discernere meglio queste intersezioni. Infatti, non si verifica una strana alchimia nella massa "in statu
nascendi"? Solo nella "massa" l'uomo pu essere redento dal timore d'essere toccato. Poich, nella
massa, non soltanto una tale paura viene superata, ma pi ancora essa si ribalta nel proprio contrario, la
ricerca del contatto, la fusione in un insieme, in un corpo compatto. Canetti prosegue:
Essa  l'unica situazione in cui tale paura si capovolga nel suo opposto. E' necessaria per
questo la massa densa, in cui corpo si addossa a corpo, massa densa anche nella sua costituzione
psichica, proprio perch non si bada a chi 'ci viene addosso'. Dal momento in cui ci si abbandona alla
massa, non si teme d'esserne toccati. Nel caso migliore, si  tutti uguali. Non conta pi alcuna
differenza, neppure quella di sesso. Chiunque ci venga addosso  uguale a noi. Lo sentiamo come ci
sentiamo noi stessi. D'improvviso, poi, sembra che tutto accada "all'interno di un unico corpo". Forse 
questa una delle ragioni per cui la massa cerca di stringersi cos fitta: essa vuole liberarsi il pi
compiutamente possibile dalla paura d'essere toccati -la paura del singolo. Tanto pi gli uomini si
serrano disperatamente gli uni agli altri, tanto pi sono certi di non aver nessuna paura l'uno dell'altro.
Questo "capovolgimento della paura d'essere toccati"  peculiare della massa (12).
Canetti sviluppa la sua analisi definendo "scarica" il processo che si svolge all'interno della
massa e che la costituisce liberandola dei carichi di distanza.
Nella "scarica" si gettano le divisioni e tutti si sentono uguali. In questa densit, in cui corpo si
accosta a corpo e vi  appena spazio fra essi, ciascuno  vicino all'altro come a se stesso. Enorme  il
"sollievo" che ne deriva. Per quell'istante di felicit, in cui nessuno  "di pi", nessuno  meglio d'un
altro, gli uomini divengono massa (13).
La lettura di Canetti non ci consegna allora un punto d'incontro tra architettura e regime
totalitario, in quell'effetto di densit o compattezza, nella compattezza stessa, vale a dire nella
costituzione di spazi compatti che si distinguano per la capacit di far scomparire gli intervalli o di
ridurre i carichi della distanza, di abolirli?
E' lo stesso Canetti che, alla lettura delle "Memorie" di Speer, avanza riflessioni estremamente
preziose, non, come crede a torto Krier, in una prospettiva analitica, ma a proposito del possibile
rapporto tra l'architettura e l'organizzazione delle masse: ci che Canetti designa come tipologia di
animazione.
Cos facendo, egli propone un'ipotesi molto feconda, secondo la quale "l'organizzazione delle
masse, la loro animazione  la mediazione reale tra architettura e dominazione totalitaria". Non 
esattamente questa ipotesi che egli mette all'opera nel suo saggio "Hitler secondo Speer", che ha come
sottotitolo, in maniera molto significativa, "Grandezza e durata"?
Gli edifici di Hitler sono destinati ad attrarre e a contenere le pi grandi masse possibili.
Mediante la creazione di tali masse egli  riuscito a ottenere il potere, ma sa con quanta facilit le
grandi masse tendano a dissolversi. Prescindendo dalla guerra, ci sono solo due mezzi per contrapporsi
alla dissoluzione della massa. Uno  la sua "crescita", l'altro  la sua regolare "ripetizione". Da empirico
della massa, Hitler ne conosce le forme e i mezzi.
In enormi piazze, tanto grandi che difficilmente si possono riempire, si d alla massa la
possibilit di crescere: la massa resta aperta. L'entusiasmo della massa, questo a Hitler importa
soprattutto, aumenta con la sua crescita (14).
Molto chiaramente Canetti rafforza questa ipotesi di mediazione attraverso l'affermazione di
una relazione tra la tipologia di animazione e il tipo di progetto edilizio, come se un dato tipo di
edificio fosse destinato a produrre una data forma di animazione.
Edifici di tipo cultuale servono alla "ripetizione" regolare. Le cattedrali ne sono il modello.
(...) Queste costruzioni e questi impianti che, a causa della loro grandezza, hanno gi sulla carta
qualcosa di freddo e di scostante, nella mente dell'edificatore sono pieni di masse che si differenziano a
seconda del recipiente che le contiene, a seconda del tipo di delimitazione che subiscono. (...) Dovremo
perci limitarci a porre in evidenza, in termini molto generali, il modo nel quale edifici e impianti
avrebbero dovuto animarsi (15).
Con ogni evidenza, questa mobilitazione dell'esultanza - la futura Adolf Hitler Platz
avrebbe contenuto un milione di persone -procede parallela con una smobilitazione degli attori politici.
Siegfried Kracauer non aveva forse scritto gi nel 1927, in "La massa come ornamento": 'La
produzione e il consumo sconsiderato delle figure ornamentali distraggono dai mutamenti dell'ordine
vigente'? (16)
-    2.2. Regimi totalitari e dominazione carismatica.
-    "Architettura e messa in scena del demonico".
In maniera ugualmente critica, Roger Caillois ("Quatre essais de sociologie contemporaine",
1951) (17) e Franz Neumann ("Behemot", 1942) invitano a considerare insieme totalitarismo e
dominazione carismatica, nella misura in cui quest'ultima appare come un momento costitutivo della
logica totalitaria. L'elemento cardine di questa forma di dominazione sarebbe, nel senso forte del
termine, il "demonico", ovvero l'appello a una forma di potere che attinge all'irrazionale: il "daimon"
del Fuhrer gli avrebbe permesso, attraverso vie che sembrano sfuggire ai comuni mortali, di decidere
della distinzione amico-nemico, potere che sarebbe investito di attributi sovrumani, "numinosi", capaci
di generare a un tempo terrore e fascino. Si ha la costante messa in scena di un "mysterium
tremendum".
Valga la definizione di Max Weber:
Per "carisma" si deve intendere una qualit considerata straordinaria (...) che viene attribuita
ad una persona. Pertanto questa viene considerata come dotata di forze e propriet soprannaturali o
sovrumane, o almeno eccezionali in modo specifico, non accessibili agli altri, oppure come inviata da
Dio o come rivestita di un valore esemplare e, di conseguenza, come "duce" (Fuhrer) (18).
E' nel seno del regime totalitario che avviene l'unione tra i caratteri della nuova politica -
l'estetizzazione della nuova politica - e quelli della dominazione carismatica. L'aspetto caratteristico di
questa forma di dominazione risiede nel saper generare una "comunit emozionale" intensa.
L'organizzazione delle feste, dei congressi (processioni, sfilate, parate, ci che Canetti definisce massa
lenta) o anche di quelle che si possono definire architetture viventi mira a rappresentare qualcosa di
questa "vibrazione magica" tra il Fuhrer e la massa, qualcosa della tonalit di questo movimento. E'
in questo senso che si pu considerare l'architettura come la messa in scena della partecipazione del
potere del Fuhrer al "demonico".
A proposito della nuova cancelleria, Albert Speer riporta questa affermazione di Hitler: Ecco
davanti a voi il rappresentante del popolo tedesco! Quando ricever qualcuno nel Palazzo della
Cancelleria, questo qualcuno non si trover di fronte il privato Adolf Hitler, ma il Fuhrer della nazione
tedesca; non sar quindi accolto da me, ma per mio tramite dalla Germania. E ho voluto che questi
ambienti fossero all'altezza della loro alta funzione. Ciascuno di voi ha collaborato a un'opera che per
secoli sar testimone del nostro tempo: la prima grande opera architettonica del nuovo Grande Reich
tedesco! (19)
Si  gi potuto osservare quale fosse l'effetto della fede e della soggezione suscitate da questo
intreccio di terrore e fascinazione.
- "Tempo e politica: architettura e conservazione del carisma".
La questione della dominazione carismatica affrontata in maniera critica ci introduce al rapporto
tra l'architettura e l'istituzione di un tempo specifico. L'interesse principale della categoria introdotta da
Weber non sta forse nel mostrare come ogni forma di dominazione istituisca un'esperienza singolare
del tempo, una forma specifica di tempo? Da questo punto di vista, caratteristico della dominazione
carismatica, nella misura del suo potere d'innovazione,  privilegiare lo   straordinario, l'eccezionale
nell'unico senso di ci che interrompe il    corso ordinario delle cose; da qui il suo carattere
antieconomico, antiquotidiano. A questo riguardo, rivelatore appare l'antagonismo che contrappose
Hitler, capo carismatico, a Speer, architetto-burocrate diventato ministro per la produzione bellica nel
1942. Scrive quest'ultimo nelle sue "Memorie":
Ma tutte queste cose io le vedevo nel quadro generale, Hitler no. La sua passione per gli edifici
destinati all'eternit lo rendeva cieco alle soluzioni del problema del traffico, ai quartieri residenziali,
alle zone verdi: la dimensione sociale non suscitava il suo interesse (20).
Il capo carismatico  stretto in una condizione di aporia. Come tutte le forme di dominazione,
anche quella carismatica tende a preservarsi in se stessa, quindi a svolgersi nel tempo. Ma, allo stesso
tempo, questo svolgersi nel tempo intacca il carattere carismatico che la fonda e la legittima. E' l'aporia
del "charisma" che diventa "routine": il riprodursi nel quotidiano, nel tempo dell'abitudine, dissolve il
"primum movens" di questa dominazione, vale a dire il carisma stesso, epifania di un tempo estraneo a
ogni quotidianit. L'iscrizione nel tempo, ovvero il successo, apre paradossalmente allo scacco, la
scomparsa del carisma, la sua dissoluzione.
E' proprio a questo fenomeno, a un'aporia di questo tipo che pensa Canetti quando insiste sul
carattere egizio dell'architettura hitleriana. Ragionando ancora in termini di animazione della massa,
Canetti scrive:
E' un'animazione che si prolunga "oltre la morte" del loro costruttore. 'Suo marito' dice
solennemente Hitler alla moglie di Speer (...) 'eriger per me edifici come non ne sono pi sorti da
quattro millenni'. Cos dicendo, pensa alle costruzioni egizie e in particolare alle piramidi: a causa della
loro grandezza, ma anche perch durano da quattro millenni. (...) E' come se avessero immagazzinato
in s, come durata, i millenni della loro esistenza. Il loro essere palesi e la loro durata hanno
impressionato Hitler nel modo pi tenace (...). Quegli edifici, infatti, (...) sono il simbolo di una massa
che non pu pi disgregarsi (21).
L'ipotesi sarebbe allora che l'architettura in questa forma di dominazione avesse come obiettivo
di apportare una soluzione, una risposta all'aporia della routinizzazione del "charisma". Come se
l'architettura, attraverso la sua scelta in direzione della grandezza, del monumentale, del gigantesco,
mirasse a immobilizzare, a "fissare" (nel senso di un piano fisso cinematografico, ma anche di
un'iscrizione) il carisma del Fuhrer, a trattenere questa qualit inafferrabile, cio che sfugge a ogni
fissazione, nel tempo e sempre "in statu nascendi". Ma i "suoi" edifici (di Hitler) non erano piramidi, e
delle piramidi dovevano assumere soltanto la grandezza e la durata, precisa Canetti.
Contrariamente a quel che sostiene Krier, che non teme di chiamare in causa per l'occasione
Hannah Arendt, non si tratta di rimediare attraverso l'architettura pubblica alla fragilit delle cose
umane, al vortice dell'elemento umano (22), ma piuttosto, attraverso un'architettura totalitaria, che
istituisce degli spazi totalitari, di fissare nella rigidit, nella pesantezza della pietra la folgorazione
vertiginosa, ipnotica del leader carismatico per rappresentare, nel segno dell'eccitamento, l'alleanza
fusionale tra il Fuhrer e il popolo razziale.
E a mia volta - scrive Speer - entusiasmavo Hitler quando potevo dimostrargli che avremmo
'battuto', se non altro in grandezza, le maggiori opere architettoniche della storia. Il suo entusiasmo non
era mai rumoroso, Hitler faceva parco uso di parole grosse, sembrava quasi che nei momenti di
entusiasmo fosse preso come da un timore reverenziale: il timore reverenziale per una grandezza creata
per suo ordine e proiettata verso l'eternit (23).
In virt della grandezza e della durata si rende possibile una vera e propria conservazione del
"charisma", come se si trattasse d'immagazzinarlo nei termini di Canetti, o ancora di una sorta di
cristallizzazione dell'entusiasmo, simbolo di una massa che non pu pi disgregarsi (24). A sostegno
di questa ipotesi accorre la rappresentazione che sembra Hitler si facesse del suo rapporto con i propri
eventuali successori, privati di ogni carisma, ripiombati in una schiavit burocratica e ai quali la
monumentalit nazista, attraverso l'effetto di conservazione, avrebbe prestato qualcosa dell'aura
carismatica del fondatore. Anche se Canetti non fa ricorso alla nozione weberiana di dominazione
carismatica,  proprio nel senso di una conservazione del "charisma" che egli sviluppa le proprie analisi
a proposito dell'interazione tra grandezza e durata.
Le masse, eccitando le quali Hitler ha raggiunto il potere, devono poter essere continuamente
eccitate, anche "quando egli stesso non ci sia pi . Poich i suoi successori non saranno in grado di
farlo come lui, che  un uomo unico nel suo genere, egli lascia in eredit i mezzi migliori per
conseguire quello scopo: ogni sorta di edifici e di impianti che servono a mantenere in vita la tradizione
di tale eccitazione di massa. Il fatto che siano i suoi edifici conferisce ad essi la loro aura particolare
(...). Il ricordo dei suoi schiavi, delle masse da lui personalmente eccitate, sar d'aiuto in quei luoghi ai
suoi pi deboli successori. (...) Continuer a esistere il potere che egli ha ottenuto con le sue masse
(25).
L'architettura del Terzo Reich, con i suoi specifici caratteri che rimandano pi allo statuto che
allo stile, rappresenterebbe la soluzione hitleriana all'aporia della dominazione carismatica.
Ed  a questo punto che si potrebbe innescare una riflessione critica sulla definizione hitleriana
dell'architettura come parola in pietra, definizione in cui vengono stranamente a congiungersi la
volatilit della parola e la pietrificazione della materia, in quella materia nella quale tendono a
mescolarsi l'effimero dello stra-ordinario e la sua iscrizione nella e per la eternit. Come se
l'eternizzazione (da non confondere con il desiderio politico d'immortalit) fosse una via egizia, si
potrebbe azzardare, per salvare, per trattenere qualcosa della qualit stra-ordinaria dell'apparizione
del capo carismatico (sempre nell'unico senso di ci che  in grado d'interrompere il corso ordinario
delle cose).
Per quanto possa sembrare paradossale, non si dovrebbe forse pensare a una relazione, nel
campo dell'architettura, tra l'effimero, l'eccezionale, la velocit, e la scelta dell'eternit - a un tempo
rifiuto della finitudine e conservazione del carisma - sotto la forma di un impero millenario? In questo
senso, la questione della pietra e del tempo, con i dualismi che li accompagnano, si rivela essenziale per
un'analisi dell'architettura nel regime totalitario.
- 2.3. Logica totalitaria, architettura e spazio.
Come ogni regime politico, il totalitarismo tende a fondare una specifica esperienza dello spazio
in rapporto a una rappresentazione specifica del luogo del potere.
- "Depoliticizzazione ed estetizzazione del politico: l'arte monumentale".
Quello che sembra essere ignorato dalla maggior parte delle interpretazioni vulgate del
totalitarismo  che questa forma di regime (dal momento che di un regime si tratta) si fonda su un
paradosso: in questione c' un regime la cui logica consiste nel sopprimere il politico, nel pretenderne
l'erosione, attraversato com' dall'illusoria volont di rendere possibile una societ riconciliata e capace
di superare la divisione sociale e i suoi effetti. Cos, secondo una tesi troppo spesso rievocata, il
totalitarismo viene descritto come una "sovrapoliticizzazione" di tutte le sfere dell'esistenza. Analisi
questa che rispecchia senza dubbio la penetrazione divorante fin quasi al completo assorbimento della
societ da parte dello Stato, il quale tende a ridurre la pluralit del campo sociale a un unico insieme di
norme, di valori, di regole, allo scopo di produrre un universo sociale quasi omogeneo. Il partito unico
e una rete di organizzazioni militanti - o il Movimento - sono l'agente onnipresente di questa marcia
a ranghi serrati verso l'unificazione. Ma si rischia di confondere cos, sotto il termine improprio di
sovrapoliticizzazione, un processo di organizzazione e di mobilitazione delle masse che tende a un
non-Stato con l'istituzione di uno spazio pubblico e politico che permetta all'azione di manifestarsi (26).
Di qui l'innocente lettura a controsenso di Krier e di altri, che osano invocare la nozione
arendtiana di spazio pubblico per salvare la monumentalit nazista. Ora, questa influenza del partito
o del Movimento, nell'ordine della mobilitazione totale teorizzata da Ernst Junger, si fonda
sull'oblio del politico, di pi, su una negazione consapevole del politico, addirittura sull'odio per esso.
Questa negazione si manifesta a diversi livelli: scomparsa del pensiero politico in quanto tale,
cancellazione dei differenti limiti che la legge istituisce o, ancora, cancellazione dell'idea stessa di
limite e soprattutto chiusura del campo politico come spazio di libert nel quale, grazie alla parola e
all'azione - la facolt di cominciare -, gli uomini (i "Tous-uns") possono attivare la condizione umana
di pluralit e renderla generatrice di senso.
L'architettura, in quanto parte costitutiva del regime totalitario -luogo in cui si dispiega la sua
"arch", l'origine della sua autorit -, fonda uno spazio che non ha niente di pubblico n di politico.
Lungi dal consentire la coesistenza degli uomini per mezzo dell'istituzione di uno spazio agonistico
della parola e dell'azione, uno spazio differenziato in cui apparire, nel quale si realizzi l'azione, questo
tipo di regime mira piuttosto a costituire e mobilitare una massa che sia sottomessa, in tutti i significati
del termine, a un'esperienza multipla: l'esperienza della "scarica", nel senso di Canetti, l'esperienza
dell'indistinzione fusionale, sia per coincidenza con le leggi della storia, sia per comunione con il
movimento della razza e il suo legame biologico, infine l'esperienza del rapporto comando-sudditanza.
Poich viene qui chiamata in causa la questione dello spazio per come  stata trattata da Hannah
Arendt, non si dovr dimenticare che quest'ultima ha magistralmente descritto quello che accade in una
societ di massa dove, in qualche maniera, si  pressati gli uni sugli altri.
Ci che rende la societ di massa cos difficile da sopportare non , o almeno non lo 
principalmente, il numero delle persone implicate, ma il fatto che il mondo che sta tra di loro ha
perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle. La stranezza di questa
situazione ricorda una seduta spiritica dove un certo numero di persone raccolte attorno a un tavolo
vede improvvisamente, per qualche trucco magico, svanire il tavolo in mezzo a loro, cos che due
persone sedute da lati opposti non sarebbero pi separate, ma sarebbero anche del tutto irrelazionate
non essendoci niente di tangibile tra loro (27).
E' questa descrizione della societ di massa, con il riferimento non fortuito alla magia e allo
spiritismo, che sarebbe stato necessario conservare - e non quella della soluzione greca, la "polis" - per
definire i caratteri specifici dello spazio che il totalitarismo istituisce e per riuscire a riconoscere nella
monumentalit nazista non un nuovo spazio pubblico, il volto presentabile del regime, bens proprio
le condizioni di asservimento della massa ormai estromessa da qualsiasi esperienza politica. Non c'
che da riguardare un articolo scritto da Speer nel 1937, "Costruzioni sul campo di Tempelhof a Berlino
per il 1 maggio 1933" ("Die Aufbauten auf dem Tempelhofer Feld in Berlin, zum 1. Mai 1933"), per
comprendere fino a che punto, nella dimensione totalitaria nazista, ci si trovi esattamente all'opposto di
uno spazio pubblico e di uno spazio politico; come si tratti piuttosto della decostruzione di un simile
spazio per sostituirvi lo spazio di una coesione assoluta, sotto l'influenza di un comando ugualmente
assoluto.
Nelle nuove feste di regime, il popolo non figura pi come soggetto politico, ma come supporto,
o al massimo come materia che abbia vinto ogni separazione.
In questi giorni l'allestimento delle celebrazioni di Stato ha subito modifiche sostanziali. Il
concetto di Stato  rigenerato di nuova vita, rinato dal popolo e quindi profondamente collegato al
vivere del popolo. "Il popolo  diventato il pi vitale elemento portante dello Stato". Le sue feste sono
quindi diventate delle 'feste popolari' nel senso pi profondo del termine. E in quanto tali esse sono
caratterizzate in tutto e per tutto. Mentre precedentemente, nel corso delle grandi celebrazioni
nazionali, le rappresentanze dello Stato marciavano in parata tra ali di folla curiosa ma non partecipe,
oggi il popolo destato sfila in una massa di milioni di individui.
La monumentalit nazista, dispiegata tanto nel gigantismo della massa (le mura umane)
quanto nel gigantismo degli edifici, lungi dal creare il pubblico, produce il massiccio e il
compatto, alla ricerca di una coesione assoluta.
Se lo stadio, con la sua alta muraglia di uomini che abbraccia tutt'intorno, trasmette ad ogni
spettatore la veemenza dimostrativa di una manifestazione imponente in tutta la sua essenza vivificante,
dando "contemporaneamente" ad ognuno "la sensazione di fare assolutamente parte della stessa
situazione comunitaria", il campo di Tempelhof, con la sua gigantesca superficie, pu non rendere il
pubblico sufficientemente consapevole del fatto che, mentre assiste alla sfilata di una massa di milioni
di uomini, sta di fatto vivendo un'esperienza comunitaria. C'era quindi il pericolo che, se non si fossero
impiegati massicci mezzi artificiali, il singolo spettatore potesse percepire solo in minima parte la
grandiosit dell'insieme.
Il lavoro sullo spazio  presente, ma  orientato verso la concentrazione su un unico punto
centrale, al quale era riservata la visibilit e che coincideva, inoltre, con il luogo del potere. La
descrizione di Speer mostra abbastanza bene che questa struttura si collocava all'opposto di una forma
geometrica che, come il cerchio, avrebbe permesso l'intra-conoscenza, o anche l'isonomia, poich in
quel caso specifico si trattava di far salire le masse, di attirarle verso quel punto centrale e, in
quell'ascesa, di compattarle, come se esse non potessero stringere un legame che attraverso quell'unico
punto.
"Le gigantesche dimensioni del campo sono tali da far sembrare primitivo e insufficiente
qualsiasi tentativo di suddividere l'area in vari ambienti". Si  tentato quindi di far convergere su un
punto centrale visibile tutto l'effetto costruttivo, ponendo un centro focale di riferimento cos enorme e
possente che potesse agire sulle masse di individui in parata come simbolo dell'avvenimento e come
espressione della volont, e che, anche dalle posizioni pi lontane, potesse essere percepito in tutta la
sua efficacia. Si  costruita una tribuna con bandiere, a terrazza, alta fino a dieci metri e lunga circa
cento metri. Su di essa sono stati posti, tutti in modo visibile, i pi di mille vessilli e bandiere delle
organizzazioni in parata. Al centro della tribuna hanno preso posto i dirigenti del Reich e i loro ospiti
d'onore. (...) L'ora della manifestazione, fissata con intenzione all'inizio del crepuscolo, "ha contribuito
a focalizzare l'attenzione su questo punto centrale in maniera ancor pi determinante", in quanto il suo
rosso, dopo che con una enorme quantit di luce si era illuminato il monte delle bandiere, contrastava
con il cielo blu scuro della notte incombente, mentre tutte le strutture accessorie e di disturbo sparivano
nella luce crepuscolare della sera (28).
L'architetto Speer riconosce perfettamente nell'architettura del Terzo Reich l'espressione del
progetto di dominazione che lo animava.
(...) Si cerc di produrre una mentalit collettiva che assumesse a norma la megalomania (...).
La ristrutturazione architettonica delle citt tedesche forniva a un tempo monumenti giganteschi,
destinati a incarnare prima di tutto l'insignificanza della persona isolata, e una cornice per la
propaganda affidata alle parate delle manifestazioni di massa (...) mentre la ristrutturazione era gi in se
stessa un gesto di propaganda. "La sottomissione della volont individuale e la rinuncia a essa come
obiettivi dello Stato trovarono manifestazione nell'architettura" (29).
Al di l del suo carattere gigantesco e megalomane, questo spazio presenta molteplici caratteri
specifici, la cui somma non fa che accrescere l'impresa di dominazione, di mobilitazione delle masse.
E' uno spazio sacralizzato, ma con una componente di magico, che attraverso diverse forme di
animazione delle masse ha per obiettivo dichiarato di abolire ogni resistenza, ogni spirito critico negli
spettatori. Ma pi ancora, si tratta di un vero spazio ipnotico nel quale si ritrova la medesima
focalizzazione descritta in precedenza da Speer. Solo che adesso, il punto centrale  diventato la figura
del capo. Come scriveva Caillois nel 1951 in un saggio su "Il potere carismatico: Adolf Hitler come
idolo" ("Le Pouvoir Charismatique: Adolf Hitler comme idole"):
Poi il fuoco convergente dei proiettori fa del Capo il solo punto illuminato di una sala oscura.
E' noto che si ritrova qui un classico procedimento per provocare l'ipnosi. Non serve nulla di pi per
ridurre alla merc un pubblico volutamente snervato da un'attesa interminabile (30).
Arrangiamento sonoro, messa in scena, ricorso a cristalli di massa (Canetti, n.d.t.) (bandiere,
musica, eccetera) lavorano per provocare uno stato prossimo all'estasi o alla fusione mistica.
Io esisto in voi e voi esistete in me, dichiara il Fuhrer (31).
E' dunque lungo le strade aperte da Neumann, Caillois e Canetti che conviene avanzare per
comprendere meglio il rapporto tra architetture totalitarie e messa in opera di queste specifiche
tipologie di animazione. Ma pure dalla parte di Hannah Arendt - purch non la si legga al contrario -,
che sembra porre con sufficiente chiarezza il contrasto tra uno spazio politico che allo stesso tempo
lega e separa e uno spazio totalitario che si richiude come una catena, o come un cerchio di ferro,
abolendo lo spazio intercalare tra gli uomini, dal quale potrebbero nascere in un unico slancio la libert
politica e un mondo comune.
Dove e come collocare il contributo di queste strutture architettoniche alla costituzione di un
simile "spazio di mobilitazione depoliticizzante" e non di sovrapoliticizzazione? Incontriamo qui
nuovamente il problema della soglia unito alla questione del monumentale e all'esaltazione del
gigantesco. A partire da quale soglia una determinata architettura pu essere considerata di sostegno
alla costituzione dell'ascendente totalitario? Il segno che annuncia questa soglia  quello di una
relazione tra il monumentale, la depoliticizzazione e l'annullamento dell'azione. Secondo Walter
Benjamin il fascismo organizza le masse senza intaccare i fondamenti della dominazione che nello
stesso tempo esse subiscono e tendono a respingere; raccogliendone l'energia e l'espressione senza
concedere alcuna autonomia, n soddisfazione concreta, l'estetizzazione della vita politica offre alle
masse "degli oggetti o delle scene sostitutive": la guerra o l'arte monumentale. Questa estetizzazione
della politica, questa sostituzione di una scena estetica a una pratica concreta di trasformazione dei
rapporti sociali traspare nel carattere monumentale dell'arte fascista. L'arte fascista, che mira a
perpetuare la dominazione di una pretesa lite, previene, attraverso la messa in forma monumentale,
ogni autonomia della moltitudine, attraverso la quale da massa possa trasformarsi in soggetto di
un'azione rivoluzionaria. Il monumentale genera l'illusione dell'eterno e dell'immutabile. Di pi, esso fa
nascere un vero e proprio dogmatismo estetico, dal momento che il produttore non riconosce nel
prodotto il risultato della propria attivit produttrice. La riproduzione di massa - grandi feste, adunate
mostruose - tiene, secondo Benjamin, le masse sotto un fascino di tipo nuovo: mostrandosi come
spettacolo a se stesse, le masse, in questo gigantismo, lontane dal riconoscervi un segno della propria
potenza, vi fanno l'esperienza di un'eteronomia radicale. Presa come materiale umano, la massa si
costituisce come un blocco nel quale si dissolve la stessa nozione di soggetto umano e, "a fortiori",
quella di attore politico, nel quale viene meno quindi ogni possibilit di un processo di soggettivizzazione.
Dalla prospettiva di un'identificazione avanzata regolarmente tra la massa e l'architettura -
Speer parla spesso di mura umane - non si ottiene forse un carattere dell'opera totalitaria che sarebbe
comune alle masse e all'architettura, ovvero la "compattezza"? E alla compattezza, chiusura di ogni
spazio intercalare e nello stesso tempo di ogni spazio politico di creazione della libert, si opporrebbe il
"poroso" o la "porosit", che, grazie a un tessuto lacunoso, aprirebbe uno o pi spazi di libert, o
piuttosto degli spazi in cui si celebrino le nozze della libert e del gioco. A proposito della citt di
Napoli, nel 1928 Walter Benjamin e Asja Lacis delineavano una sorta di controritratto
dell'architettura totalitaria, accurato al punto da considerarne la dimensione temporale, cio il rifiuto del
definitivo e la scelta dell'imprevedibile.
Porosa come questa pietra  l'architettura. Struttura e vita interferiscono continuamente in
cortili, arcate e scale. Dappertutto si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove, impreviste
costellazioni. Il definitivo, il caratterizzato vengono rifiutati. Non c' alcuna situazione che appaia
concepita per rimanere uguale per sempre - nessuna forma afferma di essere cos e non altrimenti
 (32).
- "Inclusione/esclusione: la cattedrale di luce/nebbia e tenebra".
Continuando a seguire la strategia della disgiunzione, si potrebbe operare logicamente una
dissociazione tra la monumentalit nazista e i campi di concentramento, oppure tra il culturalismo
retrogrado (il neoclassicismo) e lo "Sturm und Drang" industriale, centralista. In effetti, a proposito del
regime, Krier scrive:
I suoi crimini barbarici non furono, dopo tutto, perpetrati in un ambiente monumentale, bens
all'interno di sordide baracche industriali (33).
Di nuovo, a che cosa porta qui la strategia della disgiunzione? Uno studio delle architetture e
dei regimi totalitari potrebbe ammettere, senza controindicazioni, questa divisione tra il maestoso
ambiente monumentale e le sordide baracche industriali? Questa separazione, una volta assunta, non si
renderebbe colpevole di una cecit identica a quella di Speer, la quale si potrebbe imputare a quel che
Arendt ha chiamato cos adeguatamente, a proposito di Adolf Eichmann, il "non-pensiero"? Una
ricerca del genere non dovrebbe piuttosto, prendendosi carico della questione dell'istituzione "totale"
dello spazio, cercare il legame segreto ma innegabile tra il volto civilizzatore della maestosa
monumentalit e il sordido disumano dei campi in cui si amministrava la morte di massa? Dopo
tutto, i blocchi di granito di cui Speer si serv per edificare la grande Berlino, capitale di un nuovo
impero mondiale, non venivano levigati all'interno dei campi di concentramento? Ora, molto
precisamente,  l'attenzione prestata alla logica dei regimi totalitari che permette di scoprire il filo
sinistro che lega, a dispetto di un'opposizione apparente ma molto sintomatica, "la cattedrale di luce"
a quel che  stato definito l'universo di "Nebbia e tenebra" (34) - come le due facce di una stessa
medaglia, una parte visibile, luminosa, numinosa, da esibire, e una parte notturna, da occultare, quella
che si invita l'architetto Speer a non visitare per preservare meglio la pace del suo spirito.
In effetti, la logica di un regime totalitario mira a privilegiare l'unit -l'unit del "Tutti-Uno"
("Tous-Un") sotto la doppia immagine del popolo-Uno e del potere-Uno - e tende a cancellare i segni
della divisione sociale. Cancellazione della divisione tra lo Stato e la societ, cancellazione della linea
che separa il potere politico dal potere amministrativo, soprattutto cancellazione della divisione interna
del corpo sociale, nella forma dell'autoproclamazione della societ riconciliata. Da qui, la messa in atto
di una logica congiunta di inclusione e di esclusione:  proprio nella misura in cui ha luogo una
negazione della divisione interna alla societ civile, e dunque l'inclusione, che si ha un rinvio, una
proiezione della divisione all'esterno della societ, ovvero l'esclusione. In rapporto con questa doppia
logica si istituisce uno spazio differenziato ma del quale le due parti sono indissociabili l'una dall'altra:
lo spazio glorioso del popolo-Uno, con la contemporanea produzione di uno spazio al di fuori, lo
spazio residuale, sordido, delle baracche industriali dove viene deportato l'Altro, il nemico, colui che si
decide di mettere a morte, di sterminare. All'interno dei processi di identificazione e di costituzione del
popolo-Uno, la definizione di nemico  determinante, o meglio: La costituzione del popolo-Uno esige
la produzione incessante di nemici (35).
A livello simbolico, secondo le puntuali analisi di Claude Lefort, l'istituzione totalitaria del
sociale si caratterizza per una mutazione radicale, la produzione di una nuova immagine del corpo. In
rapporto alla societ d'"Ancien Rgime", la democrazia  dissoluzione della corporeit del sociale e
scorporazione degli individui; al contrario, dopo la democrazia e contro di essa, il regime totalitario
tende a ricomporre il corpo, a incorporare nuovamente il sociale.
Un impossibile inghiottimento del corpo nella testa si profila come un impossibile
inghiottimento della testa nel corpo. L'attrazione del tutto non si dissocia pi dall'attrazione della
frammentazione. Una volta svanita la vecchia costituzione organica, l'istinto di morte si scatena nello
spazio immaginario chiuso e uniforme del totalitarismo (36).
Nuova immagine del corpo che rende conto della duplicazione dello spazio: spazio "glorioso"
in cui l'architettura contribuisce a reincorporare il sociale, spazio residuale in cui si respingono i
parassiti, gli scarti che  bene eliminare, perch suscettibili di attentare all'integrit del corpo
sociale. Cos, richiamate queste analisi, siamo in grado di misurare meglio gli effetti del regime
totalitario a livello dell'istituzione dello spazio sociale e di determinare il o i contributi che l'architettura
 in grado di apportarvi. Il rifiuto della divisione, l'amore per l'unit, la volont di fare corpo, o
piuttosto di rifarlo, si traducono nell'ossessione della grandezza e del monumentale. Esso appare allora
come la forma d'arte capace di mettere in scena questa unit della societ riconciliata, al di l della
divisione interna, l'emergere di un nuovo noi che si esalta in una compulsione alla megalomania.
In questo modo si esprime Paul Nizan, in un testo perfettamente interno a una prospettiva
totalitaria, "Du problme de la monumentalit" (1934), a proposito dell'Unione Sovietica:
L'uomo occidentale  colpito a ogni passo dalla sensazione di un'aspirazione particolare che si
potrebbe chiamare aspirazione alla grandezza (...). La storia non conosce societ nelle quali, come nella
societ sovietica, abbiano regnato simili aspirazioni (...). L'Unione Sovietica si trova di fronte al
problema della grandezza. Si tratta di creare un'arte che esprima la potenza della collettivit con una
forza grande almeno quanto quella dell'arte della Grecia antica. L'arte borghese ha perso il senso del
monumentale. Una civilizzazione lacerata fin nell'intimo dalle contraddizioni non  pi in grado di
provocare l'adesione collettiva (...). Nell'URSS la civilizzazione  tale che ciascuno pu dire: la
"nostra" Accademia, la "nostra" Universit, cos come la "nostra" fabbrica, il "nostro" Kolchoz. Un
monumento architettonico del capitalismo esprime la disgregazione di una societ, un monumento
architettonico del socialismo esprimer la profonda unit delle masse. Il primo  simbolo della
dominazione, il secondo della comunit. Un edificio pubblico del capitalismo  il simbolo della
disgregazione, un edificio pubblico socialista contribuisce all'unificazione. Si percepisce questa volont
nel progetto per il Palazzo dei Soviet. Le esigenze trasmesse allo sguardo dalle costruzioni d'epoca
socialista investono l'architettura di una responsabilit colossale (37).
Conserviamo la formula di Nizan per applicarla all'insieme di tutti i regimi totalitari, a discapito
delle loro differenze, e ritroveremo cos la questione relativa allo statuto dell'architettura: essa ne
risulta, in effetti, investita di una responsabilit colossale. La convergenza di architettura e totalitarismo
merita di essere interrogata tanto pi che gli interpreti del totalitarismo, sensibili alla dimensione
simbolica dell'istituzione del sociale, hanno insistito su questa fondamentale mutazione dello spazio,
sul "lavoro sullo spazio" che si realizza in tali regimi. Cos Hannah Arendt, che abbiamo gi visto
percorrere strade diverse rispetto a quella di Lefort, ma privilegiando sempre la questione dello spazio,
autorizza allo stesso modo di pensare la logica congiunta dell'inclusione e dell'esclusione, e di
distinguere il legame nascosto tra l'architettura e il terrore. Contrariamente ai regimi costituzionali, che
generano lo spazio vivo di libert istituendo, grazie alle leggi positive, uno spazio differenziato tra
gli uomini ("inter-esse"), i regimi totalitari, secondo Arendt, premendo gli uomini uno contro l'altro,
distruggono qualsiasi spazio tra loro, persino quello tanto ridotto che  il deserto della tirannide.
Sostituisce ai limiti e ai canali di comunicazione fra i singoli un vincolo di ferro, che li tiene cos
strettamente uniti da far sparire la loro pluralit in un unico uomo di dimensioni gigantesche (38).
Cerchio di ferro che istituisce uno spazio pieno, compatto, chiuso, introflesso. Cos, distrutto lo spazio
tra gli uomini, interrotta la comunicazione, nasce un'esperienza di massa della "desolazione", capace di
abolire la comunione tra gli uomini per lasciare libero corso a un movimento collettivo di
autodistruzione attraverso il corpo del Fuhrer.
Responsabilit dell'architettura? E' anche a questo e di questo che l'architettura deve rispondere.
Resterebbe da determinare attraverso analisi necessariamente tecniche quale sia il contributo
dell'architettura alla messa in forma di una societ che s'inabissa nella vertigine del "Tutti-Uno"
("Tous-Un").
Realizzato lo slittamento dello stile dell'architettura rispetto al suo statuto, non si pu non essere
colpiti, in virt delle questioni che questo spostamento lascia emergere, dalla reciprocit delle azioni tra
l'architettura e il totalitarismo:
-    da un lato, la strana attrazione dei regimi totalitari nei confronti dell'architettura, come se il
totalitarismo trovasse l il terreno d'elezione del proprio elemento, l'"arch", l'origine della propria
autorit;
-    dall'altro, la particolare esposizione dell'architettura all'impresa totalitaria (ci in cui
differisce dalla cucina!) nella misura in cui esiste un rapporto tra la logica totalitaria, la mobilitazione,
l'animazione delle masse e la costituzione di spazi apolitici, o meglio, antipolitici. Questo rapporto 
tanto immanente da condurci a fare il passo successivo e a interrogarci sul carattere egizio e sulla
compattezza di un'architettura esposta a una tale logica.
Ritroviamo qui la questione di partenza e il punto d'osservazione riservato, vale a dire
l'istituzione politica del vincolo sociale o, se si preferisce, la forma della comunit.
La caratteristica propria dei regimi totalitari non  tanto di far violenza a un'essenza
problematica dell'uomo, e neppure di spostare i limiti dell'umano, quanto piuttosto di attentare al
legame umano, di distruggere il rapporto, l'ordine inter-umano. Rifiuto della pluralit, negazione
della divisione, rifiuto della temporalit, negazione della finitudine: qui  in questione il legame sociale
e il legame politico tra gli uomini. Quali rapporti complessi e paradossali l'architettura intrattiene con la
costituzione di un vincolo posto sotto il segno dello slegamento - l'isolamento nella sfera politica, la
desolazione nella sfera delle relazioni interumane? Come l'architettura diventa parte attiva di questa
forma di comunit che impedendo l'amicizia porta in s la distruzione di ogni comunit? Come
l'architettura e la ristrutturazione delle citt esprimono questa distruzione della comunit? Forma di
comunit che finisce per far scattare il meccanismo dell'autoconservazione di s, il grado zero di una
ragione politica strumentale, per lasciare l'intera societ precipitarsi nel movimento abissale verso
l'autodistruzione collettiva, verso la morte. Hobbes viene smentito: negli spazi totalitari la paura della
morte  lontana dall'essere sconfitta. Per comprenderlo ci  sufficiente rileggere queste frasi di Caillois,
dalle quali traspare il fascino del nome dell'Uno:
Quando tutto sembra perduto, noi crediamo ancora in lui. Quando tutti si rassegnano, noi
rimettiamo a lui le nostre speranze. Adolf Hitler, il tuo nome  la nostra fede. Questa fede ci ha
permesso di portare attraverso tutte le nazioni il vessillo che  diventato il simbolo dell'immortalit
tedesca. Prendi la nostra vita, Fuhrer, prendici tutti, prendi i nostri corpi, prendi la nostra anima. Nelle
tue mani, noi rimettiamo i nostri destini (39).
Che vizio mostruoso  questo?. La cosa senza nome. La cosa che sfida la nominazione.
L'innominabile.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringrazio la rivista La Part de l'Oeil per avermi concesso di pubblicare questo testo, comparso per la prima volta nel suo "Dossier: L'art et le politique", 12, 1996, con il titolo "Architectures et rgimes totalitaires".
La versione qui riprodotta  stata riveduta dall'autore, completata da una "Introduzione", presso le edizioni Sens & Tonka di Parigi, settembre 1997.
...
.
...
NOTE.
.
INTRODUZIONE.
1. F. Nietzsche, "Gotzen-Dmmerung oder Wie man mit der Hammer philosophiert", in "Nietzsche's Werke", vol. 8, t. 1, Naumann, Leipzig 1899; trad. it. "Crepuscolo degli idoli ovvero Come si filosofa col martello", in "Opere", vol. 6, t. 3, Adelphi, Milano 1970, p. 115.
2. T. W. Adorno, "Negative Dialektik", Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1966; trad. it. "Dialettica negativa", Einaudi, Torino 1970, p. 329.
.
CAPITOLO PRIMO.
1.    L. O. Larsson, "Albert Speer: le plan de Berlin", Archives d'architecture moderne, Bruxelles 1983; L. Krier, "Albert Speer. Architecture 1932-1942", Archives d'architecture moderne, Bruxelles 1985.
2.    Citato da E. Michaud in "Nazisme et reprsentation", in Critique, dicembre 1987, p.p. 1032-1033; poi Id., "Un Art de l'ternit: l'image et le temps du national-socialisme", Gallimard, Paris 1996.
3.    L. Krier, "Albert Speer. Architecture 1932-1942", cit., p. 24.
.
CAPITOLO SECONDO.
1.    B. Miller-Lane, "Architecture and Politics in Germany - 1918-1945", Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1968; trad. it. "Architettura e politica in Germania 1918-1945", Officina, Roma 1973, p. 20.
2.    L. Krier, "Albert Speer. Architecture 1932-1942", cit., p. 19.
3.    L. Strauss, "Natural Right and History", University of Chicago Press, Chicago 1953; trad. it. "Diritto naturale e storia", Neri Pozza, Venezia 1957, p. 141.
4.    C. Lefort, "Essais sur le politique. XIXe-XXe sicles", Seuil, Paris 1986,    p.p. 256-257; trad. it. "Saggi sul politico. Diciannovesimo e ventesimo secolo", Il Ponte, Bologna 2006, p. 262.
5.    G. Mosse, "The Nationalization of the Masses; Political Symbolism and Mass Movements in Germany from the Napoleonic Wars through the Third Reich", H. Fertig, New York 1975; trad. it. "La nazionalizzazione delle masse: simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933)", Il Mulino, Bologna 1975.
6. F. Neumann, "Behemoth. The Structure and Practice of National Socialism", Oxford University Press, New York 1942; trad. it. "Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo", Feltrinelli, Milano 1977.
.
CAPITOLO TERZO.
1.    A. Speer, "Erinnerungen", Ullstein, Frankfurt a.M. 1969; trad. it. "Memorie del Terzo Reich", Mondadori, Milano 1971, p.p. 40-41, corsivo di chi scrive.
2.    A. Kojve, "l'action politique des philosophes", in Critique, 6, 4142, 1950, poi "Tyrannie et sagesse", in L. Strauss, "De la tyrannie", Gallimard, Paris 1954; trad. it. A. Kojve, "Tirannide e saggezza", in L. Strauss, A. Kojve, "Sulla tirannide", Adelphi, Milano 2010.
3.    B. Miller-Lane, "Architettura e politica in Germania 1918-1945", cit., p. 11.
4.    Ibid., cit., p.p. 223-224.
5.    Conf. E. Michaud, "Un Art de l'ternit: l'image et le temps du national-socialisme", cit., p.p. 37 e 56.
6.    "Die Kathedrale des Marxismus - und ihre Glaubigen", in Das Ziel unseres kulturpolitischen Kunst, 4 novembre 1932, citato in B. Miller-Lane, "Architettura e politica in Germania 1918-1945", cit., p. 193.
7.    H. Arendt, "Was ist Politik? Fragmente aus dem Nachlass", R. Piper & Co K.G., Munchen 1993; trad. it. "Che cos' la politica?", Edizioni di Comunit, Roma 1995, p. 35.
8.    A. Speer, "Memorie del Terzo Reich", cit, p. 182.
9.    Ibidem.
10.    Il termine "Tous-uns" rinvia alle singolarit plurali e irriducibili dei cittadini, capaci di azione e decisione pubblica; il termine "Tous-Un" rinvia invece alla riduzione di ogni singolarit e pluralit sotto il dominio di un potere unificante e tendenzialmente unico (tutti-in-Uno, si potrebbe forse tradurre). Conf. M. Abensour, "Pour une philosophie critique. Itinraires", Sens & Tonka, Paris 2009; trad. it. "Per una filosofia politica critica. Itinerari, Jaca Book, Milano 2011, p. 15. (n.d.t.)
11.    L. Krier, "Albert Speer. Architecture 1932-1942", cit., p. 19, corsivo di chi scrive.
12.    E. Canetti, "Masse und Macht", Claassen, Hamburg 1960; trad. it. "Massa e potere", Rizzoli, Milano 1972, p. 12.
14.    E. Canetti, "Hitler, nach Speer" (1971), in "Das Gewissen der Worte", Hanser, Munchen-Wien 1975; trad. it. "Hitler secondo Speer", in "La coscienza delle parole", Adelphi, Milano 1984, p. 243.
15.    Ibid., p.p. 244-245.
16.    S. Kracauer, "Das Ornament der Masse", Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1963; trad. it. "La massa come ornamento", Prismi, Napoli 1982, p. 109.
17.    R. Caillois, "Quatre essais de sociologie contemporaine", Perrin, Paris 1951.
18.    M. Weber, "Wirtschaft und Gesellschaft", Mohr, Tubingen 1922; trad. it. "Economia e societ", vol. 1, Edizioni di Comunit, Milano 1961, p. 238.
19.    A. Speer, "Memorie del Terzo Reich", cit., p. 156.
20.    Ibid., p. 109.
21.    E. Canetti, "La coscienza delle parole", cit, p. 245, corsivo di chi scrive.
22.    L. Krier, "Albert Speer. Architecture 1932-1942", cit., p. 19.
23.    A. Speer, "Memorie del Terzo Reich", cit., p. 96.
24.    E. Canetti, "La coscienza delle parole", cit, p. 245.
25.    Ibid., p. 246, corsivo di chi scrive.
26.    Conf. M. Abensour, "D'une msinterprtation du totalitarisme et de ses effets", in Tumultes, n. 8, 1996, p.p. 11-44.
27.    H. Arendt, "The Human Condition", Chicago University Press, Chicago 1958; trad. it. "Vita activa: la condizione umana", Bompiani, Milano 1964, p.59.
28.    A. Speer, "Die Aufbauten auf dem Tempelhofer Feld in Berlin, zum 1. Mai 1933", in Baugilde, Berlin, n. 13, giugno 1933, poi in A. Teut, "Architektur im Dritten Reich 1933-1945", Bertelsmann, Gutersloh 1967; trad. it. "Costruzioni sul campo di Tempelhof a Berlino per il 1 maggio 1933", in A. Teut, "L'architettura del Terzo Reich", Mazzotta, Milano 1976, p.p. 79-80, corsivi di chi scrive.
29.    A. Speer, "Technik und Macht", Bechtle, Esslingen am Nectar 1979, pp. 243-244, corsivi di chi scrive.
30.    R. Caillois, "Quatre essais de sociologie contemporaine", cit., p. 63.
31.    Ibid., p.p. 66-67.
32.    Citato in B. Tackels, "L'Oeuvre d'art  l'poque de Walter Benjamik: historie d'aura", L'Harmattan, Paris 1999, p. 69.
33.    L. Krier, "Albert Speer. Arehitecture 1932-1942", cit, p. 18.
34.    Per un approfondimento storico di questa definizione, si veda A. Wieviorka, "Dportation et genocide: entre la mmoire et l'oubli", Plon, Paris 1992, p.p. 223-229.
35.    C. Lefort, "L'invention dmocratique: les limites de la domination totalitaire", Fayard, Paris 1981, p. 166.
36.    Ibid., p. 175.
37.    P. Nizan, "Du problme de la monumentalit", in Literaturnaja Gazeta, 28 dicembre 1934; trad. franc., in V.H. 101, n. 7-8, estate 1972, p. 206.
38.    H. Arendt, "The Origins of Totalitarianism", Harcourt, Brace & Co., New York 1951; trad. it. "Il totalitarismo", in "Le origini del totalitarismo", Edizioni di Comunit, Milano 1967, p.p. 637-638.
39.    R. Caillois, "Quatre essais de sociologie contemporaine", cit., p.
...
.
...
FINE.

